07/02/2007

Di passaggio

Con il presente post vorrei lasciare un saluto a tutti coloro con i quali nel corso di qualche anno, ho scambiato opinioni, pensieri e pareri. Chiedo scusa se non vi ho salutati uno per uno, ma sappiate che non ho dimenticato e non dimentico nessuno di voi e che spero di poter aggiornare al più presto il mio blog, impegni permettendo.
Un saluto a tutti.
George

21/11/2006

Generazione rubata (Stolen generation)

Ultimamente mi sto dedicando parecchio al cinema. Non è mia intenzione trasformare il mio blog in una sorta di videoteca virtuale o di cinema virtuale. Ma credo che anche questo ultimo film, debba essere segnalato a quanto non l'avessero ancora visto.

Il film tratta di un argomento, di cui poco si è parlato e di cui poco si continua a parlare. Si commemorano i milioni di ebrei uccisi nei campi di concentramento. Cosa buona e giusta. Si parla poco dell'Apartheid e delle conseguenze che ha avuto sul popolo sudafricano. Si parla dei neri d'America, ma sempre troppo poco delle discriminazioni che ancora oggi la popolazione afro- americana subisce. Si parla pochissimo degli indiani d'America e di come le loro vite, la loro cultura e la loro civiltà sia stata sistematicamente ridotta a squallide riserve. Ma ancor meno si parla degli aborigeni d'Australia che purtroppo, non hanno risentito meno della crudeltà e della stupidità umana.
Prima che si desse avvio alla colonizzazione inglese, in Australia vivevano ben 300.000 aborigeni, suddivisi in circa 250 gruppi linguistici. Molti vennero uccisi per mano inglese, altri ancora morirono per via delle malattie importate dagli stessi inglesi e contro le quali non erano in grado di difendersi, in quanto sprovvisti di anticorpi in grado di resistere alle tipiche malattie infettive del vecchio continente. Lo scempio totale però, si ebbe quando i contadini "immigrati", per difendere i pascoli ed i campi, eressero una staccionata lunga migliaia di chilometri, scacciando ulteriormente gli aborigeni dai loro territori. Tale staccionata venne chiamata "the rabbit proof fence", la recinzione anti conigli. Ma l'apice della crudeltà, lo si raggiunse con i cosiddetti "campi di raccolta". Le autorità australiane hanno tentato di negare l'esistenza di tali campi, fino agli anni '70. Si trattava di strutture in cui si cercava di cancellare l'identità aborigena attraverso un programma di assimilazione forzata degli aborigeni, alla cultura occidentale. Tra la fine dell'800 e l'inizio degli anni '60 nella democratica e liberale Australia almeno 100 mila bambini aborigeni, soprattutto meticci, vennero sottratti con la forza alle loro famiglie e fatti crescere sotto la custodia dello stato, delle missioni cattoliche, o affidati a genitori adottivi bianchi, con la motivazione di una più adeguata "protezione morale". In altre parole, per essere educati come bianchi e inseriti negli stereotipi della civiltà occidentale. Tale "protezione morale" includeva l'imposizione religiosa, lo sfruttamento ed il lavoro obbligatorio, maltrattamenti fisici e lo stupro da parte dei bianchi, praticato su quasi il 90 per cento delle ragazze aborigene uscite dalle missioni.
Ed è in questo contesto che si sviluppa la storia, purtroppo vera, di tre bambine. Molly, Daisy e Gracie, che subito dopo essere state strappate dalle loro famiglie, vengono deportate a Moore River, una "missione" a più di 2000 chilometri di distanza dalla loro terra/casa. Iniziano così un lungo cammino durato mesi e attraversando più di duemila chilometri di terra australiana, ingrata e arida. Il loro cammino seguirà lo stesso percorso della recinzione anti conigli, che pur essendo all'origine di tanti mali per il popolo aborigeno, per tutta la durata della loro odissea rappresenterà l'unica vera speranza di ricongiungersi alle loro famiglie.
L'autrice del romanzo "Follow the rabbit proof fence", dal quale è stato tratto il film "La generazione rubata", è Doris Pilkington Garimara. Ovvero la figlia di Molly. La stessa Molly Craig, che all'epoca della fuga aveva soltanto 12 anni e che in questa avventura/odissea umana, porta con se la sorellina Gracie di appena 7 anni e la cugina Daisy di 10 anni.
L'autrice del romanzo "Follow the rabbit proof fence", dal quale è stato tratto il film "La generazione rubata", è Doris Pilkington Garimara. Ovvero la figlia di Molly. La stessa Molly Craig, che all'epoca della fuga aveva soltanto 12 anni e che in questa avventura/odissea umana, porta con se la sorellina Gracie di appena 7 anni e la cugina Daisy di 10 anni.
Ed è in questo contesto che si sviluppa la storia, purtroppo vera, di tre bambine. Molly, Daisy e Gracie, che subito dopo essere state strappate dalle loro famiglie, vengono deportate a Moore River, una "missione" a più di 2000 chilometri di distanza dalla loro terra/casa. Iniziano così un lungo cammino durato mesi e attraversando più di duemila chilometri di terra australiana, ingrata e arida. Il loro cammino seguirà lo stesso percorso della recinzione anti conigli, che pur essendo all'origine di tanti mali per il popolo aborigeno, per tutta la durata della loro odissea rappresenterà l'unica vera speranza di ricongiungersi alle loro famiglie.
L'autrice del romanzo "Follow the rabbit proof fence", dal quale è stato tratto il film "La generazione rubata", è Doris Pilkington Garimara. Ovvero la figlia di Molly. La stessa Molly Craig, che all'epoca della fuga aveva soltanto 12 anni e che in questa avventura/odissea umana, porta con se la sorellina Gracie di appena 7 anni e la cugina Daisy di 10 anni.
L'autrice del romanzo "Follow the rabbit proof fence", dal quale è stato tratto il film "La generazione rubata", è Doris Pilkington Garimara. Ovvero la figlia di Molly. La stessa Molly Craig, che all'epoca della fuga aveva soltanto 12 anni e che in questa avventura/odissea umana, porta con se la sorellina Gracie di appena 7 anni e la cugina Daisy di 10 anni.

04/11/2006

“Low budget”

In questi giorni ho avuto il piacere di vedere del cinema con la c maiuscola. I due film che vi segnalo, sono ambedue produzioni "low budget". Alexandra's project è una produzione australiana, mentre Kukushka è un film russo. Noleggiateli se ne avete
occasione e non ve ne pentirete. Almeno io non mi sono pentito di averlo fatto.


Recensione:
È sempre una sfida per un regista cercare di raccontare in modo originale le politiche e i meccanismi che regolano il matrimonio e la vita di coppia in genere. Rolf de Heer, cineasta australiano, affronta il tema nel suo ultimo film, Alexandra's Project. Un lavoro a metà tra cinema e teatro, in cui assume la triplice veste di regista, produttore e montatore. I due protagonisti, Steve (Gary Sweet) e Alexandra (Helen Buday), sono sposati da tempo, hanno 2 figli di 10 e 13 anni, vivono in una casa dignitosa nella silenziosa periferia della città. Lui ha anche un buon lavoro (dato che gli consente di mantenere da solo tutta la famiglia), oggi è il suo compleanno ed è arrivata anche la tanto attesa promozione. Steve pensa che sia proprio il caso di festeggiare. Peccato che Alexandra ha deciso di fargli un regalo, molto, molto particolare. Casa chiusa, luce assente, telefono staccato. Solo una videocassetta su cui c'è scritto "Play me". Da qual momento ha inizio l'incubo, lo scontro con una realtà mai percepita, la scoperta di un vissuto mai e poi mai immaginato. De Heer racconta attraverso il video e il lungo monologo della donna, un folle e tardivo atto di ribellione e ci costringe a guardare per più di un'ora nuove immagini nelle immagini, un altro film nel film, in un gioco continuo di rimandi tra realtà e finzione, tra presente e passato. La sensazione ultima che ne viene è quella di un'angoscia profonda, favorita anche da una location fortemente claustrofobica (immaginate un appartamento buio, con le pareti verde scuro, porte e finestre bloccate e sistemi di sicurezza ovunque). La fissità delle immagini fa sì che l'attenzione si concentri totalmente sull'ansia di Steve, un'ansia che cresce minuto dopo minuto, mentre l'uomo capisce che nella sua vita è accaduto qualcosa di irreversibile e che ormai è inutile continuare a premere il tasto rewind. La videocassetta lo aiuterà a capire quanto di orrendo può nascondersi dietro la vita borghese di una famiglia apparentemente felice come le altre.
A noi lascerà l'amaro in bocca e un profondo senso di squallore.

Francesca Onorati

Fonte: http://filmup.leonardo.it/ale xandrasproject.htm





Kukushka è l'appellativo con il quale i soldati sovietici chiamavano i cecchini finlandesi durante la seconda guerra mondiale, quando i due popoli combattevano su fronti opposti. Kukushka è anche il nomignolo di Anne, una giovane lappone che abita tutta sola in una piccola casa di pietra sperduta tra steppe sconfinate. Uno strano scherzo del destino fa incontrare sulla sua porta un soldato finlandese in fuga, Willi, e un capitano dell'Armata Rossa non meno nei guai, Ivan. Sono nemici, non si capiscono, e costretti ad accettare le cure della paziente Anne, che a loro si dedica considerandoli per quello che sono: esseri umani. Comincia così una strana convivenza costellata di incomprensioni causate dal fatto che i tre parlano lingue diverse prima ancora che dagli odii dovuti alla guerra. Ad Anne il compito di sciogliere i nodi di una relazione difficile, come solo una donna sa e può fare.
Girato nello splendido scenario della pianura lappone, "Kukushka" - Disertare non è reato di Aleksandr Rogozhkin è uno dei film attraverso i quali la cinematografia russa sta lentamente riemergendo dal letargo che l'aveva colpita da qualche anno. I rivolgimenti politici di un enorme paese andato in pezzi per poi ricostituirsi in stati diversi, avevano pesantemente segnato un'industria già in pesante crisi finanziaria. Ora, finalmente, le cose stanno cambiando, e Kukushka ne è un felice esempio. E' difatti un'opera lieve, capace di rinnovare un linguaggio classico pur restando nella tradizione, ma soprattutto di scaldare il cuore grazie al racconto diretto di emozioni e sentimenti. Senza contare che si fa beffa della violenza e della morte con l'unica arma davvero universale, l'amore. Non si faccia però l'errore di pensare a un film pensante, nobile negli intenti e insopportabile nella forma, Kukushka è al contrario attraversato da una sottile vena umoristica che emerge soprattutto nei dialoghi surreali. Divertire e al tempo stesso far pensare è l'obiettivo centrato da Rogozhkin, una vittoria degna di nota.

da La Rivista del Cinematografo (Angela Prudenzi)

Fonte: http://www.movieconnection.it /schede/kukushka.htm